GOATVARGR ‘BLACK SNOW EPOCH’ (Cold Spring/Audioglobe) Il rumore della neve nera Sotto la neve nera, in una remota zona buttata tra la Svezia e il Texas, Henrik Nordvargr Björkk e Andy O’Sullivan, aka Goat, celebrano il loro minaccioso sabba noise industrial. Non è cambiato molto dal primo durissimo incontro sull’album self-titled del 2006. La stessa danse macabre power electronics intervallata da tracce dark ambient (chiaramente dettate dal Nordvargr di Mz.412 e Toroidh) che rendono il suono del cerimoniale ancora più assordante. I moduli harsh noise e crushing di Andy O’Sullivan si incontrano così perfettamente con quelli della medesima specie di Folkstorm, dando vita alla soundtrack di una terribile dannazione terrena. Vicina alle maledizioni di Death Pact International e Grey Wolves come di Brighter Death Now, Genocide Organ o la scena Cold Spring in genere. In un disco che prende il meglio dei due musicisti. In grado di sonorizzare la terribile realtà di un’epoca perduta sotto una buia incandescente neve. (Sergio Gilles Lacavalla)
MORRISEY ‘BONA DRAG (20TH ANNIVERSARY)’ (Major Minor/EMI) Fondamentale Tre motivi, due espliciti ed uno implicito, alla base di questa reissue. I primi due, quelli che solitamente solleticano le fantasie onanistiche di collezionisti e fan esaltati, comprendono il solito materiale bonus (sei outtake dell’epoca) e il momento amarcord (il disco esce per la storica Major Minor di Phil Solomon, riesumata per l’occasione e ora di proprietà EMI). Il motivo implicito, invece, riguarda l'enorme valore intrinseco di ‘Bona Drag’, una sorta di greatest hits che nel 1990 permetteva, all’ex cantante degli Smiths, di dare spazio e visibilità a composizioni nate durante i primi tre anni della sua carriera solista, molte delle quali b-side difficilmente reperibili o del tutto inedite. Certificato disco d'oro dieci anni dopo, 'Bona Drag' raccoglie alcune delle canzoni migliori mai scritte da Morrissey, tra cui 'Everyday Is Like Sunday' e 'Piccadilly Dalare', hit del periodo. Tra i punti più alti della carriera dell'artista inglese, completamente rimasterizzato. (Maurizio Gabelli)
BELPHEGOR ‘BLOOD MAGICK NECROMANCE’ (Nuclear Blast/Warner Music) Impennata di stile Questa volta, a poco più di un anno dal più che discreto ‘Walpurgis Rites’, i Belphegor hanno puntato sulla musica di qualità, maturando così un disco che non verrà ricordato solo per le copertine improbabili. La mente di Helmuth, blasfema e immorale, si è piegata al fascino della cittadina natia di Salisburgo, ed è ai maestri classici, Brahms e Mozart, che si ispira ‘Blood Magick Necromance’, non rinunciando alle atmosfere demoniache, anzi, esaltandole sotto forma di cantici quasi-requiem, né alle percussioni a raffica del blackened death, ma inserendo parentesi decisamente rallentate, a favore di maggiore esplorazione melodica. L’ingresso del produttore Peter Tätgren è intuibile già dalle prime note, ed esalta l’effetto corale costruito sulla voce di Helmuth. Più creativa e strutturata la prima metà, troppo ripetitiva la seconda, in ogni caso ‘Blood...’ incorona la maturità musicale e compositiva dei Belphegor, all’apice del loro genio artistico. Da ascoltare. (Michelle Marrone)
DRAGGED INTO SUNLIGHT ‘HATRED FOR MANKIND’ (Mordgrimm) Vecchi valori, nuove emozioni Odio per l’umanità. Serve altro? Se dovesse, ci limitiamo a dire che una delle novità più recenti in ambito estremo (sempre in orbita metal) abbellisce un black vecchio stile con dello sludge senza regole e un doom funesto come solo delle menti supremamente bacate possono concepire. Il risultato è un album che è un tripudio di violenza e male senza compromessi, rumore e sangue senza stupidi limiti etici, rancore e buon odio. E solo Dio sa quanto ci sia bisogno di ciò al giorno d’oggi. (Alex Franquelli)
KING CANNIBAL ‘LET THE NIGHT ROAR’ (Ninja Tune) Cannibal holocaust Dylan Richards, dopo aver abbandonato l’identità Zilla e aver assunto quella di King Cannibal, ha deciso di mettere a ferro e fuoco i dancehall con un sound che è tra i più indemoniati che vi possiate aspettare di trovare nei club, oltre che tra le vostre mura domestiche, poiché il debut del produttore londinese funziona benissimo in entrambe le modalità. Undici bombardamenti di massa per una rappresentazione digitale della paranoia, dell’ossessione, del terrore e della paura. Molto cinematico e cinematografico (immaginario horror e clima dark/deviato debitore nei confronti di David Lynch), King Cannibal prende la concettualità industriale e la dà in pasto a massacranti partiture techno, drum’n’bass, dubstep, grime, ragga ed elettronicamente violente al fine di produrre un concentrato devastante di tessiture articolate, che si animano di basse frequenze, heavy/break beat, distorsioni, riverberi e groove sudici a profusione. Un’esplosione sonora inquietante. (Roberto Michieletto)